La prevenzione costa. L'emergenza costa molto di più
Ogni anno l'Italia spende miliardi per riparare i danni di calamità, degrado delle infrastrutture e manutenzione rinviata. Gli investimenti preventivi restano invece insufficienti, nonostante numerosi studi dimostrino che prevenire costa meno che ricostruire.
Redazione
7/1/20263 min leggere
Dissesto idrogeologico, reti idriche, scuole, ponti e sanità raccontano la stessa storia: il conto della mancata prevenzione viene pagato da cittadini, imprese e finanza pubblica. Le responsabilità non sono solo economiche, ma anche organizzative e politiche.
Una scelta economica che l'Italia continua a rimandare
Quando una frana interrompe una strada, un ponte viene chiuso o un'alluvione devasta un territorio, il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sull'emergenza. Si cercano i responsabili immediati, si stanziano fondi straordinari e si promettono interventi rapidi. Pochi mesi dopo, l'attenzione cala e tutto torna come prima.
Il vero problema, però, è un altro: l'Italia continua a spendere molto di più per riparare i danni che per evitarli.
Questa non è soltanto una questione ambientale o tecnica. È soprattutto un problema economico che pesa sui bilanci pubblici, rallenta lo sviluppo e trasferisce costi elevati a cittadini e imprese.
Il dissesto idrogeologico: il simbolo del costo dell'inazione
Il caso più evidente riguarda il dissesto idrogeologico.
Secondo ISPRA, quasi il 94% dei comuni italiani presenta aree a rischio di frane, alluvioni o erosione costiera. Per mettere in sicurezza il territorio, le richieste di finanziamento raccolte attraverso la piattaforma ReNDiS superano i 26 miliardi di euro. (ISPRA)
Eppure, tra il 2013 e il 2019, l'Italia ha speso circa 20 miliardi di euro per gestire le emergenze legate agli eventi calamitosi, mentre solo 2 miliardi sono stati destinati alla prevenzione. In altre parole, per ogni euro investito in prevenzione ne sono stati spesi circa dieci per affrontare le conseguenze dei disastri. (Corriere della Sera)
Non si tratta soltanto di un problema finanziario. Ogni intervento post-emergenza comporta:
interruzione delle attività economiche;
danni alle imprese;
perdita di valore degli immobili;
costi assicurativi;
spese straordinarie per lo Stato;
rallentamento degli investimenti.
Le infrastrutture dimenticate
La stessa logica riguarda ponti, strade, scuole, depuratori e reti idriche.
Molte opere pubbliche non crollano improvvisamente: mostrano per anni segnali di deterioramento. La manutenzione programmata viene spesso rinviata per mancanza di risorse, complessità amministrative o priorità politiche diverse.
Dal punto di vista economico, il rinvio produce un effetto noto come debito manutentivo: ogni anno di ritardo aumenta il costo dell'intervento futuro e il rischio di guasti, limitazioni o emergenze.
Quando un'infrastruttura viene chiusa, il danno non riguarda solo il costo della riparazione. Si sommano anche:
maggiori tempi di percorrenza;
aumento dei costi logistici;
perdita di competitività delle imprese;
diminuzione dell'attrattività del territorio.
L'acqua dispersa: una tassa invisibile
Un altro esempio riguarda le reti idriche.
In molte aree del Paese una quota significativa dell'acqua immessa negli acquedotti non raggiunge gli utenti a causa delle perdite lungo la rete. Ogni litro disperso rappresenta energia sprecata per captazione, trattamento e distribuzione, oltre a maggiori costi di gestione.
Il risultato è un circolo vizioso: reti obsolete richiedono continui interventi di emergenza, mentre gli investimenti strutturali vengono rinviati.
Il costo finale ricade sulla collettività attraverso tariffe, fiscalità generale e minore qualità del servizio.
La prevenzione non riguarda solo il territorio
Lo stesso principio vale anche in altri ambiti.
Pensiamo alla sanità.
La prevenzione attraverso screening, vaccinazioni e diagnosi precoce richiede investimenti iniziali. Tuttavia, numerosi studi dimostrano che individuare tempestivamente una patologia riduce spesso i costi delle cure successive e migliora gli esiti clinici.
Anche nella Pubblica Amministrazione la prevenzione assume forme meno evidenti:
digitalizzazione dei procedimenti;
manutenzione dei sistemi informativi;
aggiornamento del personale;
semplificazione amministrativa.
Investire prima significa ridurre errori, contenziosi e ritardi, con effetti positivi sulla spesa pubblica e sulla competitività del sistema economico.
Le responsabilità: un problema di sistema
Attribuire ogni responsabilità al singolo governo o all'ente locale di turno sarebbe riduttivo.
Le analisi della Corte dei conti, di ISPRA e di altri organismi evidenziano criticità ricorrenti:
frammentazione delle competenze;
tempi lunghi di progettazione;
difficoltà nell'utilizzo delle risorse disponibili;
carenza di manutenzione programmata;
ritardi nell'esecuzione delle opere finanziate. (Corte dei Conti)
In altre parole, il problema non è soltanto la quantità di fondi stanziati, ma la capacità di trasformarli rapidamente in interventi concreti.
Il ruolo della tecnologia
La tecnologia può contribuire a migliorare la prevenzione.
Sensori, monitoraggi continui, analisi dei dati e strumenti di Intelligenza Artificiale consentono oggi di individuare anomalie, pianificare la manutenzione e stimare l'evoluzione dei rischi.
Tuttavia, nessun algoritmo può sostituire la programmazione degli investimenti, la manutenzione ordinaria e la capacità amministrativa di realizzare le opere.
La tecnologia è uno strumento. La prevenzione resta una scelta politica, organizzativa ed economica.
Conclusione
La prevenzione produce un risultato paradossale: quando funziona, spesso non fa notizia.
Una frana evitata, una rete idrica che non perde, un ponte mantenuto in sicurezza o una scuola adeguata sismicamente non finiscono sulle prime pagine. Eppure sono proprio questi interventi a generare i maggiori risparmi per la collettività.
Continuare a privilegiare la gestione delle emergenze significa accettare un modello di spesa che trasferisce costi sempre più elevati alle generazioni future.
Investire nella prevenzione non rappresenta soltanto una scelta di sicurezza. È una delle politiche economiche più redditizie che un Paese possa adottare.
In sintesi
L'Italia spende ancora molto di più per gestire le emergenze che per prevenirle. (Corriere della Sera)
La messa in sicurezza del territorio richiederebbe investimenti stimati superiori a 26 miliardi di euro. (ISPRA)
Il costo della mancata manutenzione ricade su cittadini, imprese e finanza pubblica.
Le principali criticità riguardano pianificazione, capacità di spesa e frammentazione delle competenze.
La prevenzione è prima di tutto una scelta economica, oltre che ambientale e sociale.
Fonti principali
ISPRA – Rapporto ReNDiS e comunicati sul dissesto idrogeologico. (ISPRA)
ASviS – Policy brief sul dissesto idrogeologico e prevenzione. (confservizi.emr.it)
Centro Studi Consiglio Nazionale degli Ingegneri – Analisi sul fabbisogno di interventi. (CNI)
Corte dei conti – Relazioni sugli interventi per il rischio idrogeologico. (Corte dei Conti)